Con la pandemia abbiamo finalmente capito quanto Internet è importante per la scuola, il lavoro, per informarsi, per comunicare: ma abbiamo anche un diritto ad Internet? Se ne discute da almeno 10 anni. L’8 marzo 2010 un sondaggio svolto dalla emittente radiotelevisiva britannica BBC in 26 paesi, fra quasi 30 mila utenti della rete, aveva concluso che “l’accesso a Internet” fosse “un diritto fondamentale”. L’anno dopo il tema sarebbe approdato alle Nazioni Unite ma intanto in Italia l’ex Garante della privacy, il giurista Stefano Rodotà, pioniere dei diritti della rete, aveva lanciato l’idea di modificare la Costituzione per introdurre “il diritto ad Internet” come articolo 21 bis; un gruppo di senatori del Partito democratico aveva raccolto la sua proposta e il 2 dicembre ne aveva fatto un disegno di legge costituzionale, c’era un certo consenso, ma la legislatura finì poco tempo dopo e la cosa finì lì. Dieci anni dopo il partito democratico riparte da quel testo di Rodotà presentando un disegno di legge che prova nuovamente a introdurre il diritto ad Internet in Costituzione. Articolo 21, senza bis stavolta; dopo il comma 6, andrebbe aggiunto questo testo: “Tutti hanno eguale diritto di accedere alla rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate tali da favorire la rimozione di ogni ostacolo di ordine economico e sociale”. Prima firmataria, la responsabile innovazione del PD, Marianna Madia, assieme al vice segretario Andrea Orlando.

Perché adesso? Con il paese impegnato a fronteggiare la pandemia, che fretta c’era di proporre una modifica costituzionale?
Perché il digitale rischia sempre di essere percepito come un tema di nicchia e invece la pandemia ci sta mostrando che è uno spartiacque fra inclusione ed esclusione sociale. Chi non è connesso non può più esercitare pienamente i suoi diritti di cittadinanza; dal digitale dipendono il diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione e all'informazione. Nel 2010 Stefano Rodotà lo aveva visto prima di tutti, fu un visionario, ma adesso i tempi sono maturi per dare corso alla sua proposta.

Molti giuristi si allarmano ogni volta che si tenta di modificare la prima parte della Costituzione. Solo in Grecia, dal 2008, il diritto ad Internet è entrato in Costituzione, altri paesi lo hanno affermato con delle sentenze o delle leggi.
Sul tema fra i costituzionalisti c’è un dibattito appassionato con argomentazioni valide da una parte e dall’altra. Prima di presentare la nostra proposta ne abbiamo ascoltati molti e su questa strada abbiamo il sostegno di Francesco Clementi, Tommaso Frosini e Carla Bassu. Non era l’unica strada possibile, ma il Pd ha fatto una scelta: far diventare questo strumento qualcosa di più di una tecnologia perché determina il godimento di tanti altri diritti fondamentali.

Il 19 marzo 2019, dai parlamentari cinquestelle D’Ippolito e Liuzzi, è stata depositata una proposta costitiuzionale non molto diversa che però colloca il diritto ad Internet come un bis dell'articolo 34. Cosa cambia?
Che noi scegliamo di collocare il diritto ad Internet fra le libertà, loro fra i diritti sociali. Potrebbe aprirsi una bellissima discussione sul tema, me lo auguro. Noi abbiamo scelto di rimanere fedeli all’impostazione di Rodotà perché secondo noi il diritto è contenuto nella libertà, ma siamo pronti a parlarne.

Immaginiamo che un giorno il diritto ad Internet entri in Costituzione: concretamente, cosa vuol dire?
Se c’è un diritto, ed è un diritto costituzionale garantito, questo spiana la strada ad una serie di azioni normative. Una recente sentenza della Corte di Cassazione, afferma che in assenza di un esplicito riconoscimento normativo, l’accesso alla rete Internet non è un diritto garantito.

Questo basterà a portare la banda ultra larga a tutti? Temo di no.
Ovvio che non basta un diritto costituzionale. Del resto il piano per far arrivare la connessione a tutti, a partire da scuole e ospedali, sono in corso. Sostenere questa azione con un fondamento costituzionale, aiuta e tutela i cittadini.

Non di sola fibra vive il diritto ad Internet: molti non lo esercitano per mancanza di competenze.
Occorre investire sulla scuola, ma non solo. Gli esclusi dalla società digitale sono tanti: il recovery plan ci può aiutare molto, finanziando la formazione digitale di tutti i lavoratori.

Poi ci sono gli anziani, spesso poco scolarizzati, che vivono nei piccoli centri, che costituiscono la parte più numerosa fra gli esclusi. Per far loro formazione una legge c’è già: l’articolo 8 del codice dell’amministrazione digitale dal 2017 impone allo Stato la formazione, magari attraverso la Rai.
E’ una cosa sacrosanta, c’era un accordo con la Rai perché si impegnasse su questo terreno, un progetto chiamato maestro Manzi 2.0, non so che fine abbia fatto, ma si può fare molto di più.

Che possibilità reali ci sono che questa volta il diritto ad Internet entri in Costituzione?
E’ un tema su cui si sta registrando un consenso ampio: oltre al segretario del PD Zingaretti, si sono schierati anche Beppe Grillo, il presidente del parlamento europeo David Sassoli, l’ex commissario Romano Prodi. Cambiare la Costituzione per fortuna è complicato, ma credo che la proposta possa essere adottata nel tavolo che sta individuando il programma per arrivare a fine legislatura. Se abbiamo davanti due anni e mezzo, ce la possiamo fare.