Care Colleghe e colleghi,

avrei voluto dire queste cose guardandoci tutti negli occhi, in una discussione nel nostro gruppo che ritenevo importante. Mi è stato detto che il regolamento non lo prevede e quindi per raccontarvi il mio punto di vista e rappresentare quelle che considero le nostre priorità posso solo scrivervi.

Non è Madia contro Serracchiani. E’ il Partito Democratico e come stiamo insieme in questo tempo complicato. Si parla di democrazia e della nostra funzione sociale. E’ un passaggio stretto. E anche doloroso sul piano umano. Ma la politica deve essere anche questo: partecipazione emotiva, passione.Non un algoritmo di convenienze.
Vivo un senso forte di gratitudine e responsabilità per le colleghe e i colleghi che mi hanno sostenuto sin qui e anche per chi ha posizioni diverse ma di cui riconosco il senso profondo di appartenenza alla nostra esperienza collettiva.
Lo dico a tutti, donne e uomini a cui sono legata da anni di lavoro comune, sapete che quel che dico in pubblico dico in privato. Con i dubbi e le fragilità di cui ognuno di noi ha diritto e persino dovere. Ma sempre e solo con l’obiettivo di provare a fare un passo in avanti collettivo e quando dico collettivo significa che per ogni scelta il tentativo deve essere la volontà di far andare avanti questo partito.

Passo alle tre questioni che credo siano il filo rosso di questa nostra discussione: la rappresentanza, la questione femminile e la funzione del gruppo parlamentare del partito democratico.

Parto dalla rappresentanza.
Stiamo parlando di un tema che attiene al luogo dove si esercita e si tutela la democrazia. Il ruolo del Parlamento e dei gruppi parlamentari chiama in causa il rapporto tra cittadini e potere.
Facciamo attenzione. I cittadini sono spaventati. Chiedono risposte sul loro sostentamento e sulla loro salute fisica e psicologica: la nostra capacità, in questo luogo, di essere percepiti come capaci di svolgere una funzione utile è il metro di misura dello stato di salute della nostra democrazia.
Il nostro ruolo ha un senso se ciò che facciamo qui è utile a chi è fuori e se ciò che realizziamo da’ al PD la forza di costruire un consenso maggioritario nella società. Ma ora noi siamo dentro una crisi di rappresentanza e questo deve interrogare anzitutto il metodo e il merito di come noi stiamo in questo luogo.
Alcuni hanno detto che non ci fosse sufficiente “politica” nella lettera che ho voluto inviarvi sabato.
Ho posto una questione, grave a mio parere, di metodo (che è sostanza politica) ed è - secondo me - l’esempio evidente di ciò che non dobbiamo essere: annunciare una cosa e farne un’altra; rinchiuderci nella zona confortevole dell’intesa tra gruppi invece che aprirci a un confronto libero, senza rete. Sono convinta che la distanza tra affermazioni e condotte, la ricerca estenuante di accordi ed equilibri, l’eccesso di governismo siano alla base del nostro arretramento elettorale.
Qui non si tratta di una discussione moralista e di maniera sul correntismo.
Il confronto tra le idee, unica cosa su cui siamo comprensibili con i nostri elettori, sembra essere secondario rispetto a dinamiche che non vengono alla luce. Quando le correnti sono i luoghi di autonomia ed elaborazione e promozione di una linea politica hanno un senso, quando si riducono a strumenti di spartizione di posti diventano solo un riflesso incondizionato, una delle ragioni dell’indebolimento della nostra proposta politica.
Siamo talmente esposti su questo tema che è diventato già oggetto di satira politica da parte del nostro popolo.
Solo poche settimane fa il nostro Partito ha subito un passaggio grave, le dimissioni di Nicola che denunciava, con un pathos umano tangibile, i nostri limiti collettivi. Rimuovere quello che è accaduto, le sue ragioni profonde, tornare ai soliti modi solo cambiando Segretario è un inaccettabile errore. La rimozione è un processo che porta solo a degenerazione: in un partito, in una collettività, così come in una famiglia.
La leadership al femminile deve essere un’occasione per il partito di cambiare le logiche che lo tengono intrappolato, che non considerano il merito o l’avanzamento collettivo ma solo la conquista individuale del potere. Se invece lo scopo unico si riduce a portare una donna al vertice, senza cambiare gli equilibri del potere e il rapporto tra leadership e potere perdiamo un’occasione.
Sono certa che chiunque vinca dovrà essere dal giorno dopo la prima alleata dell’altra in questa battaglia che deve essere definitiva. Nessuno oggi può pensare di far crescere il nostro partito senza tenere conto di una nuova visione della questione femminile.

E arrivo così al secondo punto.
Il tema per me non è ‘quanti posti’, né la costruzione di una corrente femminile.
Per noi donne esiste un tema di esercizio di leadership che passa anche per la volontà di dare un nome alle cose per quelle che sono e affrontarle. Cooptazione non è di per sé un male se si sceglie una persona autorevole. L’autorevolezza porta con sé l’autonomia. Ma se si sceglie invece il percorso della competizione allora è necessario – e aggiungo rispettoso delle persone – essere conseguenti.
Oggi si tratta di due donne, domani potrà essere il confronto tra un uomo e una donna. Se vogliamo evitare il privilegio di un genere sull’altro o che prevalgano le sole logiche di appartenenza dobbiamo costruire un partito contendibile: un partito è contendibile quando le competizioni hanno regole chiare e trasparenti.
Se la politica è anche conflitto penso sia giusto, per quanto doloroso, un conflitto su questo punto perché può essere un passaggio di crescita collettiva. Se un partito è contendibile con regole trasparenti diventa un partito capace di mettere in gioco persone e talenti che altrimenti resterebbero schiacciati da altre logiche. E penso a molti colleghi qui alla Camera, come al Senato e nelle altre Istituzioni.
Cominciamo, per esempio, a vietare i doppi incarichi, a dare visibiltà nelle occasioni pubbliche a tutti i deputati, evitando di ‘sacrificare’ proprio chi magari si dedica di più al territorio frequentando meno la Capitale. Siamo una forza collettiva.
Saldiamo anche questa intesa oggi, Debora.
Il Segretario ha preso in carico la complessità del momento e noi siamo qui a discutere della sostituzione del capogruppo dentro l’apertura di un cammino di cambiamento che credo debba riguardare anche le nostre scelte politiche qui in Parlamento.

E vengo al terzo punto, la funzione del nostro gruppo.
I gruppi parlamentari saranno nei prossimi mesi la misura della capacità del Partito democratico di costruire la credibilità di una nuova proposta elettorale.In questo Parlamento noi eleggeremo il futuro Capo dello Stato. Anche in questo luogo si costruirà il nostro profilo politico e si creeranno le condizioni delle future alleanze.
Come ho detto in apertura, abbiamo il dovere di rimettere le Camere al centro dell’architettura democratica del Paese. Abbiamo il dovere di farlo ora, senza ulteriori ritardi, per assicurare che il rapporto tra eletti e territori possa consolidarsi anche dopo la riduzione del numero dei parlamentari.
La Giunta per il Regolamento di Montecitorio sta lavorando a una serie di riforme che incideranno proprio su questi temi. E quel lavoro, se sapremo svolgerlo con attenzione e senza scadere in inutili tecnicismi, sarà essenziale per un corretto avvio della prossima Legislatura. Serve ora che, accanto al lavoro che procede nella sede istituzionale, anche noi come gruppo riusciamo a intercettare queste esigenze. Dobbiamo farlo partendo dall’Ufficio di presidenza del gruppo, che può e deve avere un nuovo ruolo, attivo, di propulsione e indirizzo, anche nella definizione delle modifiche regolamentari.
Dobbiamo farlo ragionando sulla possibilità di attribuire all’Ufficio di presidenza del gruppo, organo di natura collegiale, una funzione di merito nella costruzione dell’agenda parlamentare, inclusa la riforma del Regolamento; se serve, anche proponendo una apposita modifica dello Statuto del Gruppo che renda esplicito questo passaggio. Dobbiamo farlo, infine, costruendo concretamente nel nostro Ufficio di presidenza, anche in raccordo con i Presidenti delle Commissioni, un percorso che ci consenta di assicurare il necessario riequilibrio nella valorizzazione dei lavori parlamentari, in funzione di quella che si configurerà, nella prossima Legislatura, come una significativa trasformazione del principio di rappresentanza.
Ma non basta ovviamente.
Autonomia e profilo identitario del PD: attorno a questi due concetti ruota la nostra funzione.
Dobbiamo riaffermare l’autonomia del gruppo. Il Partito, i Ministri, la nostra rappresentanza a Bruxelles – tanto importante ora soprattutto – i nostri Sindaci e tutti gli amministratori locali insieme ai gruppi parlamentari sono una squadra. Una squadra ha obiettivi e ruoli. E noi dobbiamo fare il nostro senza remore. Serve un raccordo costante, anche nel metodo con cui si prendono le decisioni, con il Partito e con il Governo.

E vengo all’identità del PD.
Oggi la destra otterrebbe forse la maggioranza dei consensi, mentre noi restiamo schiacciati ben sotto il 20%, i Cinque Stelle si stanno riorganizzando attorno a Conte e l’intero campo del centrosinistra deve trovare nuovi equilibri. Questa fase istituzionale segna una dinamica fortemente competitiva: verso il centro destra che è in parte “alleato” di governo e in parte gioca da fuori il ruolo di unica opposizione ma anche con Cinque Stelle, Italia Viva e Leu si genererà inevitabilmente una competizione per i futuri equilibri.
Per questo, prima delle alleanze, il PD deve riuscire a ricostruire un profilo identitario su cose che abbiano un impatto reale sulla vita delle persone. I cittadini devono identificarci per proposte chiare su cui siamo pronti a dare battaglia qui dentro.
Io vedo due obiettivi per il nostro gruppo: 1. sostenere il Governo limitando al massimo il condizionamento delle forze conservatrici; 2. contribuire a ricostruire un profilo radicale e riformista – uso volutamente questi due aggettivi – su alcune battaglie parlamentari riconoscibili: campagna vaccinale e salute, povertà, sostegno al ceto medio, giovani e donne.
Diamoci un’agenda parlamentare di proposte coraggiose contro la povertà e a tutela della classe media. Il Recovery plan è il grande strumento, l’unico, forse l’ultimo, per rimettere in piedi il Paese. Il Parlamento non può fare da spettatore. Il nostro gruppo non può darsi un ruolo marginale. Nei prossimi mesi, dopo l’invio del Piano alla Commissione, si aprirà una fase di dialogo con Bruxelles che dovremo saper presidiare e ci sarà poi la fase di attuazione su cui il nostro ruolo di presidio e monitoraggio dovrà essere forte ed evidente.
Sappiamo bene quanto l’agenda politica sia determinata dall’azione di Governo. E noi sosterremo il Governo Draghi con il massimo impegno.
Ma non facciamoci schiacchiare dalla logica governista. Non ripetiamo errori già visti.
Discutiamo di ius soli e di legge Zan, del diritto a internet, di lotta alla povertà, di finanziamenti alla scuola, di diritti per i giovani e per le donne. Di ambiente. Tema che sta nelle ragioni fondative del Partito democratico e che non appartiene ai Cinquestelle che oggi lo usano come bandiera e slogan.
Costruiamo in modo condiviso le priorità, le proposte e le azioni parlamentari su cui vogliamo caratterizzarci e giochiamo di squadra in Aula e nelle Commissioni per difendere l’agenda e le sue tempistiche anche rispetto all’azione di Governo che pur sosterremo sempre lealmente.

Chiunque sarà il capogruppo e mi rivolgo a Debora, a Graziano e a tutti noi, dimostriamo fuori da qui che questo è il luogo sacro della democrazia e che questa non è una formula retorica ma il luogo più importante dove difendere e rappresentare i diritti sociali e civili delle persone.
Non siamo qui per schiacciare dei bottoni né per stare a guardare la destra che costruisce la sua vittoria elettorale. Fino al voto, diamo battaglia, qui e nel Paese, sui territori, nei circoli. Il voto è mobile e abbiamo il tempo per tornare a essere il partito di maggioranza nel Paese.

Marianna