Credo che molte discussioni di questi mesi, sin da prima delle elezioni, siano state condizionate da un assunto che considero sbagliato. E lo dico subito perché temo che condizioni anche questo confronto.

Penso sia un grave errore avallare una lettura della nostra società, non solo italiana, ma occidentale, che divide le forze politiche tra populisti e non populisti, tra forze di sistema e forze anti sistema. Considero semplicistica e concettualmente sbagliata questa rappresentazione della realtà.

Questa visione non considera un fatto eccezionale del nostro tempo: la crisi ha generato un cambiamento epocale. Un cambiamento che riguarda il pensiero economico, le condizioni sociali e dunque la percezione e la fiducia delle persone nel futuro.

Oggi il “sistema” è percepito dalla maggioranza delle persone come una realtà che determina incertezza, paura, non solo per gli ultimi, di perdere ciò che si ha; la paura dunque che il futuro possa essere peggiore del presente.

Pensare di dividere il mondo in sistema e anti sistema, e schierarsi dalla parte di chi difende il sistema, significa quindi compiere un errore serio: non cogliere lo spirito del tempo.

In fondo, ritengo che sia anche questa la ragione più profonda della nostra sconfitta.

Abbiamo perso perché abbiamo governato male ? Non credo. Il Governo Renzi e poi il Governo Gentiloni hanno fatto riforme che in questo paese si attendevano da anni. Abbiamo realizzato cose importanti, utili per l’Italia, vi risparmio l’elenco; ma probabilmente non abbiamo colto fino in fondo lo spirito del tempo.

Il tempo che viviamo ci chiedeva una risposta più profonda, più “esistenziale” oserei dire: restituire sicurezza e fiducia nel futuro alla maggioranza delle persone che, nonostante l’aumento del PIL, nonostante l’aumento dell’occupazione, sentono di non avere. Le persone credo si aspettino dalla politica anzitutto questo genere di risposte, prima ancora che riforme di ingegneria istituzionale, seppur importanti.

Ecco perché penso che oggi, ancora oggi, la vera contrapposizione nel mondo post-crisi, sia tra destra e sinistra. Tra chi predilige la difesa dello status quo – la difesa solo di chi è economicamente più forte, di chi vive in un luogo della terra migliore di un altro e cosi via – e chi invece tutela gli ultimi e il diritto di tutti all’opportunità di poter migliorare la condizione propria e della propria famiglia.

Il Partito Democratico deve collocarsi in questo scenario perché non solo è il pilastro della sinistra italiana, ma rappresenta un architrave istituzionale imprescindibile.

Se questo è vero, è con queste lenti che bisogna guardare anche ai nostri avversari politici.

Salvini è il volto della destra che, per la prima volta dopo anni, si sta riorganizzando e lo sta facendo con un prevalente connotato identitario, nazionalista, persino razzista. Salvini non è Angela Merkel dalla quale pure ci dividono molte idee. Salvini si avvicina molto di più a Marine Le Pen. Una destra che sta assumendo questo connotato prevalente è un fenomeno che deve preoccuparci perché non ha i tratti dell’estemporaneità, sta affondando radici nella nostra società e rischia di rappresentare, anche considerato il panorama europeo, una realtà che può assumere voti e forza sufficiente a governare a lungo il nostro Paese.

Di Maio e i Cinque Stelle sono un coacervo di forze e identità diverse, spesso indistinte, molto spesso anche opposte alle nostre: dai vaccini all’europeismo a corrente alterna. E nella loro confusione programmatica e ideologica sono anche quelli che propongono una forma di reddito che nella loro proposta si declini molto male, finisce per occupare, abusivamente se posso dire, il nostro campo valoriale: la difesa degli ultimi, il tema della giustizia sociale, tanto più in un mondo complesso dove la robotica e l’innovazione tecnologica marciano ben più veloci delle norme … e in questa fase di “transizioni” aumentano le esigenze di protezione economica e sociale.

Lo dico sapendo che su questo tema, nel PD, possono esserci molte articolazioni.

E nonostante ciò un punto non può essere sottovalutato credo: un conto è discutere di Flat Tax che ha l’obiettivo di tutelare i più ricchi, altro conto è discutere con chi parla, magari con superficialità, di reddito minimo. Segnalo peraltro (e ne sono fiera) che siamo stati noi ad introdurne una prima forma in Italia con il reddito d’inclusione.

Poi è ovvio che i punti di distanza con i Cinque Stelle sono molti altri.

Ma quello che voglio sottolineare è che nei prossimi anni, in Europa e in Italia, il nostro avversario sarà principalmente la destra e io non credo che possiamo augurarci per il nostro paese un governo guidato dalla destra e ancor più da questa destra. Per questo penso che il nostro ruolo, pur avendo perso, sia quello di evitare al Paese di scivolare verso politiche razziste e politiche economiche che aumentino la disuguaglianza sociale.

Il percorso istituzionale è nelle mani salde del Capo dello Stato e credo che il nostro compito debba essere quello di rimettere a lui la nostra disponibilità su queste basi: Nato, Europa, immigrazione, sociale …

E siccome in politica anche il modo conta credo che dobbiamo affrontare questo passaggio difficile recuperando, anche tra noi, una maggior sobrietà di linguaggio, evitando semplificazioni, slogan un po’ sguaiati e una deriva un po’ squadrista sui social verso chiunque la pensi diversamente che ricorda (fatemelo dire) la faccia più deteriore proprio dei cinque stelle.

Noi siamo altro, veniamo da culture e storie antiche, anche il modo di dire si o dire no (entrambi legittimi e argomentabili) deve essere all’altezza dei nostri valori.

Proprio per i nostri principi, proprio in quanto architrave istituzionale è un dovere, per rispetto della nostra identità, in una fase politica complessa, uscire in modo compatto intorno a Maurizio Martina e non dare in pasto ai cittadini la crisi del PD (che non è una legittima e utile discussione) durante una crisi istituzionale.