Marianna Madia ha aspettato l'esito dello scrutinio alla Camera, insieme alla vincitrice: si è congratulata e poi è corsa a "festeggiare" la sua sconfitta con gli iscritti della sezione Pd di Ottavia, profonda periferia romana, video-incontrati insieme al vicesegretario Peppe Provenzano.

Onorevole, era un risultato già scritto? Perché non si è ritirata quando tutti glielo chiedevano?
Perché mi ero candidata e non mi ritiro da una competizione solo perché è più probabile che perda anziché che vinca.

Quindi si era autocandidata?
No. Me lo aveva chiesto Delrio, spiegandomi che secondo lui c'erano due profili adatti a svolgere il ruolo di capogruppo: il mio e quello di Debora. E io ho accettato.

Ne valeva la pena? È finita 66 a 24...
Sì. In questa battaglia di metodo sono state messe a fuoco delle questioni che non riguardano solo le donne, ma la contendibilità nel Pd. Questo non significa che la cooptazione sia un male, quando si scelgono persone autorevoli. Se però si decide una competizione servono regole, serve un arbitro e serve un confronto che stavolta non c'è stato.

Quindi l'elezione di Serracchiani è frutto, per usare le sue parole, di una "cooptazione mascherata"?
Forse non eravamo del tutto pronte, c'è stata un'accelerazione che ci ha colte di sorpresa. Ma ritengo sia stato giusto andare fino in fondo; con i nostri corpi io e Debora abbiamo aperto un varco e adesso non dobbiamo mollare questa questione che - ripeto - è politica. Lei è una donna leale e determinata, sono convinta che, da capogruppo, saprà portarla avanti con grande forza.

C'è chi dice che non c'è niente di politico nelle sue prese di posizione, assunte solo per capriccio quando ha capito che la sua rivale era in vantaggio.
È il classico atteggiamento paternalistico, spesso tipicamente maschile, di chi pensa che se due donne discutono sono isteriche, se lo fanno due uomini sono in ballo i principi. Una roba da anni 50. Il dibattito che si è aperto tra me e Serracchiani è fra due dirigenti di partito, il genere è secondario.

Ci spiega cosa c'è di politico?
Non possiamo pensare che sia solo il segretario a cambiare il Pd. Il partito lo cambiamo tutti insieme facendo delle battaglie dialettiche in grado di aprire una breccia rispetto a dinamiche sclerotizzate che, lo dicono i sondaggi, stanno allontanando le persone da noi.
Quando si dice che occorre spalancare porte e finestre, significa che ciascuno deve caricarsi un pezzetto di lotta per fare dei passi avanti collettivi. Credo non sia casuale che nella storia le battaglie delle donne non siano state combattute solo per le donne, ma per l'avanzamento della società.

È chiaro che si riferisce alle correnti: secondo lei Serracchiani è scesa a patti per farsi eleggere?
Io non so cosa abbia fatto Debora, so però che io non ho fatto patti. Dichiarandolo fin dal principio. Che ancora nel Pd ci sia il riflesso condizionato di mettersi d'accordo tra gruppi anziché aprirsi a una discussione senza rete è un dato di fatto. Perciò credo sia arrivato il momento di rompere uno schema nel quale il confronto tra le idee passa spesso in secondo piano rispetto a un certo modo di stare nelle correnti, che da luoghi di elaborazione culturale e politica sono diventati strumenti di spartizione che indeboliscono la proposta politica di tutto il Pd.

Da che pulpito, potrebbe obiettare qualcuno, visto che la accusano di essere transitata in 13 anni in tutte le correnti del Pd.
Questa è la cosa che mi fa più ridere. Mi hanno dato della dalemiana perché alla Camera ero vicina di banco di D'Alema; ho fatto la ministra per la prima volta con Renzi e sono diventata renziana; ho votato Zingaretti al congresso e mi hanno etichettato come zingarettiana. Peccato che lo stesso abbiano fatto Franceschini e Orlando senza neppure essere sfiorati dal sospetto. Non ci vede del maschilismo? La verità è che non si riesce a tollerare che una donna possa non appartenere ad alcuna area organizzata che, ripeto, sono tutte così sclerotizzate da soffocare il Pd, bloccarne l'apertura. E io ho mantenuta una mia coerenza non entrando mai.

Ma era proprio necessario, nel mezzo di una pandemia che ha messo in ginocchio il Paese, aprire un conflitto fra i deputati dem?
Le donne direbbero che si possono fare due cose insieme. Ma, a parte gli scherzi, la discussione sul ruolo politico del capogruppo significa confrontarsi su come rendere utile ai cittadini il lavoro dei deputati pd. Che hanno la responsabilità di offrire soluzioni ai problemi del Paese: su salute, vaccini, povertà, diritti. Temi che incidono sulla vita delle persone. È da questa capacità di risposta che dipende la credibilità del Pd, la possibilità di crescere nella società. Non mi sembrano questioni di poco conto.