«L’ostacolo a qualunque prospettiva di collaborazione a Roma è la Raggi». In questa fase di dialogo sui territori, Marianna Madia, ex ministra, oggi deputata romana del Pd, boccia qualunque possibilità di accordo Pd-M5S in Campidoglio. A meno che l’attuale sindaca non decida «di fare un passo indietro».

Andiamo con ordine: si sono liberate due presidenze di commissione in Campidoglio e la sindaca apre a una collaborazione con voi. E’ giusto dire no?
Per quanto mi riguarda non ci dovremmo neanche porre il tema. Virginia Raggi non può fare finta di essere stata eletta ieri: governa da tre anni e mezzo, e ha fallito. Non tanto per inesperienza, ma perché non ha un progetto sulla città.

Ma con i grillini vi state parlando in altri territori: a Roma non è possibile?
Se la Raggi volesse bene davvero alla sua città, dovrebbe fare un passo indietro.

Dovrebbe dimettersi per consentire l’avvio di un dialogo M5S-Pd?
Un dialogo tra noi, certo, ma non solo: su Roma penso che bisogna essere ancora più ambiziosi. La sensazione è che i cittadini siano più avanti dei partiti: serve riaprire un grande dibattito pubblico con tanti pezzi della società.

Si sta candidando?
Certo che no. Ma mi piacerebbe contribuire a ridare dignità alla capitale.

Lei chiede le dimissioni della Raggi, ma in Emilia-Romagna i grillini potrebbero chiedere analogamente un passo indietro a Bonaccini: dovreste accettare per dare l’esempio?
Chi si occupa della vicenda emiliana dovrebbe parlarne anzitutto con Bonaccini, che è stato un ottimo presidente. Io dico solo che in Umbria è stato fatto un grande lavoro.

In Umbria siete andati oltre i partiti con un candidato civico.
Si è usato il metodo giusto: nessuno si è arroccato su rendite di posizione ma abbiamo aperto alla società.

La convince il governo nato da questa alleanza?
Ho ascoltato il discorso di Conte e ne ho colto opportunità e criticità. Credo che questo governo debba guadagnarsi la fiducia ogni giorno.

In che senso?
E’ stato fatto un grande sforzo per elaborare un programma comune, che però in alcuni punti è inevitabilmente generico. Va riempito di contenuti che ci convincano di aver fatto la scelta giusta.

Nei giorni scorsi, prima che si risolvesse il caso, ha scritto un tweet sulla Ocean Viking: «Ora che al Viminale non c’è più Salvini – ha esortato il governo – le responsabilità sono nostre»…
L’immigrazione è uno dei punti su cui il governo deve trovare soluzioni condivise. Bisogna concentrarsi su una riforma del trattato di Dublino: se non è possibile perché non si riesce a ottenere l’unanimità, discutiamo la proposta di Enrico Letta di un patto di Lampedusa coi Paesi volenterosi. E poi serve una nuova legge quadro sui flussi.

Altro banco di prova sarà la Finanziaria. Per ora si discute di tassare voli e merendine: cosa si aspetta?
La discussione è partita con poca visione. Se le priorità sono la transizione sociale e ecologica, allora si deve discutere in Europa per ottenere le risorse che servono. Individuando una terza via tra il sovranismo e l’austerity.

Come giudica la scissione di Renzi?
La trovo sbagliata, non abbiamo bisogno di piccoli partiti personali. Che credo nascano nell’idea che si stia andando verso il proporzionale, mentre io spero in una presa di posizione netta del Pd per il maggioritario. Ma siamo credibili nel denunciare i partiti personali solo se il Pd non è una sommatoria di filiere personali.

Intende le correnti?
Certo: nelle correnti del Pd faccio fatica a capire i posizionamenti ideali… Sarò forse ingenua, ma la forza del progetto originario del Pd era quella di arrivare a un riformismo radicale attraverso il pluralismo.

Zingaretti ha già detto di volerle superare.
E ne sono contenta: ora è il momento di rendere questo proposito realtà.