La maniglia gira e appare una porta da calcetto. L’ingresso, a casa di Marianna Madia, è un campo da gioco. Da una parte la finestra, con un vetro scheggiato dal tiro di un pallone. Ovunque, tavoli ingombri di giocattoli, puzzle, bambole, macchinine, libri illustrati. Il disordine che regna è pari al disagio del ministro, giacca, maglia e pantaloni blu, una collanina d’oro, ritratto di eleganza e sobrietà in lotta contro il tempo («non ricordo l’ultima volta che sono andata al cinema, mangiato una pizza, fatto un viaggio»). Mi siedo sul divano coperto da un lenzuolo a prova di bambino. Francesco, il più grande, sei anni e già romanista sfegatato («è nato nel giorno di Totti e si chiama come lui»), è a scuola. Margherita, tre, sbuca dietro l’angolo, oggi non è andata all’asilo.
Nel 2008 era una tra le più giovani entrate in parlamento, prima che il primato passasse ai deputati 5 Stelle. Nel 2014, incinta di otto mesi, è diventata ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione nel governo Renzi, confermata poi da Gentiloni. In quattro anni ha fatto: una riforma della pubblica amministrazione con cui ha stabilizzato i precari e fatto licenziare 45 «furbetti del cartellino», messo un tetto agli stipendi dei dirigenti pubblici. Ora è in piena campagna elettorale nel collegio Roma 2, che comprende il quartiere in cui è nata, e dove la conoscono tutti. Le possibilità che venga rieletta sono ottime, minori che il suo Partito Democratico, al 22 per cento nei sondaggi, torni a governare.

Ultimamente è sempre sui giornali per la questione della sua tesi di dottorato, che avrebbe parti plagiate da altre pubblicazioni scientifiche. Ha copiato?
No, ho la coscienza a posto e la mia tesi di dottorato è da sempre online, consultabile da chiunque (http://e-theses.imtlucca.it/43/1/Madia_phdthesis.pdf, ndr). Ma non lo dico io: la questione sollevata da un’inchiesta del Fatto Quotidiano è stata chiusa.

Il giornale sostiene che invece la perizia fatta dalla società Resis la assolve solo perché «così fan tutti». Del resto anche il programma del Movimento 5 stelle e le canzoni di Sanremo contengono plagi...
Le faccio una domanda: quella perizia lei l’ha letta in originale o sul giornale? Sono mesi che l’istituzione coinvolta, ossia IMT School for Advanced Studies di Lucca, ha accertato che non c’è plagio. Hanno fatto una commissione interna, poi hanno chiamato tre saggi (i professori Busnelli, Egidi e Flick, ndr) che hanno valutato, grazie al supporto di una perizia esterna, la correttezza del lavoro di tesi. Nel frattempo anche il Cambridge Journal of Economics, dove una parte della tesi era stata pubblicata, ha fatto una commissione. Dopo sei mesi si sono pronunciate entrambe: dicono che non c’è alcuna irregolarità né formale né sostanziale e soprattutto certificano l’originalità del mio lavoro.

Perché parla ora?
Ho aspettato che le commissioni finissero il loro lavoro, e pensavo bastasse. Ma la campagna stampa contro di me è continuata, quindi l’unico modo di tutelarmi è l’azione legale, che ho fatto in questi giorni.

Risponda alle obiezioni: in bibliografia ha citato tutte le fonti?
Assolutamente sì.

All’Università di Tilburg è andata davvero a svolgere un esperimento di tesi?
Ma certo, ho partecipato a un seminario informale dove ho presentato un articolo della tesi. Ci sono professori che sono pronti a testimoniare in tribunale.

Di Maio corre per diventare presidente del Consiglio: a 31 anni e nessuna laurea, i critici ne sottolineano inesperienza e incapacità. Anche a lei è successo, all’inizio. Non sente alcuna empatia per lui?
Ecco: mi stanno facendo le pulci su una tesi di dottorato. Non mi sembra che tra i parlamentari ci siano tantissimi dottori di ricerca. Detto ciò, penso che l’inesperienza è una cosa, l’incapacità è un’altra. La capacità di governare è gestire processi complessi.

A Roma il Movimento 5stelle governa.
E i romani vedono: i rifiuti in mezzo alla strada, i trasporti che non funzionano. Governare Roma è difficilissimo, ma chi accetta questa sfida non può pensare di diventare sindaco e fare squadra dopo. Serve almeno un centinaio di persone, in giunta, nelle società pubbliche, nella società civile, per cambiare la città. La Raggi non ha saputo creare una squadra forte.

Lei farebbe la sindaca?
Ride. Una cosa per volta.

Ma si vede nel ruolo?
Serve un candidato che costruisca un progetto all’altezza della città. Il mio partito, certo, molte cose a Roma le ha sbagliate.

Il suo partito si è scisso: è rimasta male per l’arrivo di LeU, dove ci sono tanti, come Massimo D’Alema, con cui lei ha lavorato anni?
Moltissimo. Le cose che ho fatto io al governo sono tutte battaglie storiche della sinistra riformista, dal governo Prodi in poi, se le abbiamo vinte dovrebbero esserne felici.

Invece?
Perché quei problemi non li hai risolti tu, allora non dici che è una cosa giusta? Questo si chiama ego. Certo, tutto si può migliorare, le riforme hanno bisogno di tempo.

Quando lo incontra a Montecitorio vi salutate?
Abbiamo un rapporto normale e cordiale.

Non si arrabbia mai?
E’ il mio carattere, tendo a mantenere la calma. Poi può essere che un giorno non ce la farò più e ve ne accorgerete.

Che cosa ha «semplificato» da quando è ministro?
La carta d’identità elettronica, il documento unico di circolazione e proprietà del veicolo, o il pin unico: oggi con un solo codice si può accedere ai servizi del comune, della regione, dell’agenzia delle entrate e dell’Inps. Pian piano si agganceranno nuovi servizi. Abbiamo rinnovato molti contratti bloccati da dieci anni: funzioni centrali, forze dell’ordine, difesa, vigili del fuoco, scuola e ricerca. Mancano sanità ed enti locali che speriamo di chiudere prima delle elezioni, abbiamo rifatto la legge e stanziato le risorse per poterli rinnovare tutti. La cosa complicata non è stata la conclusione dell’accordo ma il percorso fatto per arrivare all’accordo.

Nel nuovo contratto degli statali avete inserito un codice di comportamento, che, tra le altre cose, punisce con il licenziamento anche le molestie sessuali se colti in fragrante. Lo ha voluto lei?
Assolutamente sì, penso che mai come ora sia una battaglia culturale, etica, di educazione civica, di educazione sessuale che dobbiamo assolutamente fare.

A lei è mai capitato di essere molestata sul lavoro?
No. Penso però che questa battaglia vada fatta come se fossero tutte nostre figlie. Da mamma sono terrorizzata dall’incrocio di questo tema con quello della tecnologia, ossia dell’adescamento online. La battaglia è dura e va fatta da tutte le donne insieme.

Il «caso Weinstein» ha posto esattamente il problema sia della difficoltà di provare le molestie, sia della scarsa solidarietà delle donne e dell’opinione pubblica.
Per questo dico che è una battaglia soprattutto culturale, che va oltre le leggi.

Da moglie del produttore Mario Gianani, lei conosce da vicino il mondo del cinema italiano. Fino allo scorso novembre era socio del regista Fausto Brizzi. Che cosa ha pensato quando molte donne lo hanno accusato di molestie? Vi frequentavate da anni.
Credo di averle già risposto.

In che senso, scusi?
Non voglio entrare nel caso specifico. Penso che culturalmente siamo molto indietro.

Suo marito, da anni nell’ambiente, ne avrà viste, di cose.
Conosco mio marito. Condivide la mia visione, è un uomo sempre dalla parte delle donne. Mi piace molto anche il rapporto che ha con nostra figlia e l’educazione che dà a mio figlio, perché bisogna educare i maschi.

Che cosa pensa delle attrici italiane che hanno scritto la lettera #Dissensocomune solo tre mesi dopo lo scoppio dello scandalo molestie?
In qualunque modo lo dici e in qualunque tempo lo dici va bene, la battaglia è lunga, se serve anche solo a dare la forza di denunciare ben venga. Attrici a parte, noi politici siamo i primi ad avere delle responsabilità sul tema.

Ha mai pensato di cambiare lavoro?
Non ho avuto tempo di pensarci, sono stati anni travolgenti e impegnativi.

Come concilia l'attività da ministro con quella di madre?
Ho la fortuna di avere un aiuto in casa, ora c’è una ragazza, Mila. Ma soprattutto c’è mia mamma, che fa la nonna a tempo pieno. Io contribuisco col cellulare, sono in tre gruppi WhatsApp: la classe di Francesco e la sua squadra di calcio, la classe di Margherita. Ogni sera ci sono una cinquantina di notifiche da leggere, scrivo e non uso le emoji, a parte quella dello smile che piange dal ridere che mi mette allegria. Poi cerco di stare con i bambini il sabato e la domenica. Non so se sono brava, lo scoprirò quando i miei figli cresceranno e mi diranno che madre sono stata.

Hanno capito che lei fa il ministro?
No. L’altro giorno giravamo per strada, mi hanno fermato dicendomi: “Ministro, buongiorno!”. Mio figlio ha guardato mio marito e gli ha detto: “Ma perché a te non ti chiamano ministro?”.

Riesce a tornare a cena?
Quasi mai, i bambini mangiano presto.

A metterli a letto?
Non sempre. Mi sveglio alle cinque, è il mio bioritmo. Il problema è che vado avanti senza fermarmi, e alle 9 di sera non sono più in grado di fare nulla, devo dormire.

Se avesse un po’ di tempo tutto per sé, che cosa la divertirebbe fare?
Mi piace Sanremo da sempre, da quando sono piccola lo seguivo dando i voti in modo molto scientifico. Adoro i cantautori, De André, De Gregori, Dalla.

Quindi mi sta dicendo che guarda la Tv?Raramente. Ma se avessi tempo, la cosa che mi divertirebbe di più sarebbe cantare, come facevo con mio papà. (Stefano, attore e giornalista scomparso a 49 anni nel 2004, ndr). Magari con Per Sempre di Nina Zilli.