Ieri il Governo ha approvato il decreto sul Reddito di cittadinanza (e quota 100). Ci tengo a dire alcune cose perché si tratta di un argomento che ho a cuore da sempre e di cui mi sono spesso occupata. Chi segue da tempo la mia attività politica sa che ho sempre ritenuto necessario e giusto uno strumento universale che sostenga le persone quando sono in gravi difficoltà, quando, per dirla in modo semplice, non si arriva a fine mese. Credo sia un principio di giustizia sociale che appartiene ai valori della sinistra, ai nostri valori. Lo credo ancor di più in un tempo in cui sono molte le persone in difficoltà dopo la crisi del 2008 e ancor di più sono coloro che hanno paura a causa dell’incertezza del futuro tipica dei nostri giorni. Sapere che esista uno strumento capace di sostenere chiunque attraversi una fase di difficoltà estrema nella vita è un fattore stabilizzante della società e mai riterrò che un aiuto a chi è in difficoltà sia un invito a “stare sul divano” o in vacanza.

Per questo motivo, anche da Ministro, ho insistito per molto tempo per l’introduzione di uno strumento come il REI, il primo intervento universale a sostegno della povertà.

Il Governo, utilizzando molte risorse, vara uno strumento che però non risponde alle finalità che dovrebbe avere perché, essendo il frutto di uno slogan elettorale e non di una reale conoscenza dell’argomento, non coglie la complessità del tempo. Prevedere un reddito di cittadinanza finanziato con tagli agli investimenti in crescita e sviluppo delle imprese e con blocchi alle assunzioni nella Pubblica amministrazione, per esempio, significa generare un corto circuito assurdo. Il reddito di cittadinanza finirà per sostenere la disoccupazione prodotta dallo stesso Governo. Vi faccio un esempio concreto: il blocco del turn over nella PA comporterà che un ricercatore precario in possesso di titoli e diritto alla assunzione resterà ancora a casa, ma “in compenso” potrà magari beneficiare del reddito di cittadinanza. Che senso ha tutto ciò?

Il rischio è generare un sistema di distorsioni che finirà per togliere chance di lavoro vero a migliaia di persone, in cambio di un sostegno economico privo di sbocchi futuri.

Per queste ragioni considero un grave errore l’intervento proposto dal Governo: per l’assenza di una visione d’insieme della società, di una strategia per la crescita.

Il contrasto alla povertà e alla disoccupazione, che tra l’altro sono cose ben diverse da affrontare con strumenti differenti, non si risolvono con il trasferimento di una somma di denaro e il Governo, bloccando il REI invece di potenziarlo, ha investito un sacco di soldi su una misura che non creerà più occupazione e non sarà efficace nemmeno come strumento contro la povertà.

Tuttavia, all’errore che sta facendo il Governo non si risponde con lo sberleffo o la retorica chic per la quale noi saremmo per il lavoro e non per i sussidi. Certo che siamo per il lavoro, certo che l’occupazione si genera con investimenti e con il taglio del cuneo contributivo e fiscale, ma se un uomo è in mare – per fare un esempio su cui a sinistra siamo tutti d’accordo – anzitutto va salvato. Questi sono i nostri valori.

Per questo motivo credo che come PD e come sinistra abbiamo l’urgenza di costruire una proposta seria – che per me deve avere una dimensione europea - che risponda in modo efficace a chi non arriva a fine mese, che rassicuri chi ha paura di non farcela che aiuti chi ci guarda come marziani quando raccontiamo i dati, pur reali, sulla crescita dell’occupazione.