L’appuntamento al quale abbiamo lavorato con tutta la segreteria di Maurizio Martina ha avuto come focus specifico l’Europa e il complicato contesto internazionale nel quale ci troviamo proprio nel week end che ha sancito la vittoria di Bolsonaro in Brasile. E’ un fatto che preoccupa non solo perché un grande paese come il Brasile si ritrova con una guida che ha tratti autoritari e razzisti, ma perché ciò avviene dentro un processo generale estremamente allarmante. Lo hanno ricordato in tanti a Milano, non ci troviamo dentro un processo caotico e disordinato, ma davanti l’affermarsi di forze che hanno un progetto molto delineato: la messa in discussione del multilateralismo cooperativo.

L’idea dei “sovranisti”, seppur con differenze tra loro, è spargere l’illusione che gli interessi delle singole comunità siano meglio tutelati agendo da soli, anche con dinamiche di contrapposizioni conflittuali verso gli altri. Illusione pericolosa per le conseguenze che i nazionalismi e i populismi hanno sempre prodotto, come ha ricordato Papa Francesco pochi giorni fa. Illusione miope perché mentre la politica chiude recinti e alza muri, le grandi multinazionali finanziarie operano in modo sempre più transnazionale, con forza economica e contrattuale capace di imporre modelli economici, sociali e di sviluppo.

Per questo, come è emerso con forza durante il Forum del PD, occorre ricordare che l’Europa unita è una potenza mondiale capace di garantire sviluppo e tutelare di diritti; da soli, come singoli Stati, siamo solo terra di conquista, altro che sovranità. Com'è stato ricordato, ed è bene ridirlo con forza, non cadiamo nella trappola che tende Salvini, assieme agli altri leader sovranisti, quando parla di Bruxelles o dell’Europa come di un’entità autonoma e noi contrapposta. L’Europa, le sue regole, sono ciò che gli Stati, insieme, decidono di fare. Se vogliamo cambiare alcune regole e io ritengo sia assolutamente urgente farlo, dobbiamo costruire alleanze con gli altri Stati, anzitutto dentro la nostra famiglia politica. Far finta di sbattere i pugni o insultare gli altri, farà guadagnare dei like ma è devastante per la nostra credibilità, la nostra forza contrattuale e i nostri interessi.

Ma, lo dico con nettezza, la nostra posizione non può essere una battaglia di difesa dello status quo. Noi non possiamo essere i conservatori di un sistema che non funziona. L’Europa va cambiata e per come la vedo io sono tre i campi sui quali è urgente cambiare scelte e regole di decisione: 1. la solidarietà tra Stati per la gestione dei flussi migratori; 2. i programmi comuni per assicurare uguali diritti di educazione e uguali tutele contro la povertà a tutti i cittadini europei; 3. una diversa flessibilità nell’applicazione delle regole economiche comuni, a partire dallo scorporo degli investimenti che generano sviluppo.

Credo che qui si giochi un punto cruciale che deve riguardare anzitutto il nostro dibattito interno. Non è tempo di passioni timide, di approcci eccessivamente tecnicisti che finiscono per conservare l’esistente, compreso ciò che non va. E’ tempo di scelte radicali, capaci di ribaltare paradigmi, regole e modelli che avvantaggiano pochi a danno di molti e che, soprattutto, hanno prodotto il diffondersi di sentimenti di paura, di insicurezza che sono stati fin qui la chiave per l’ascesa dei populismi nazionalisti. La povertà e le disuguaglianze sono ingiustizie che la sinistra, in Italia e nel mondo, deve contrastare con regole nuove e la determinazione di chi considera queste battaglie la ragione stessa di esistenza per le forze progressiste.

Se dopo Lula è arrivato Bolsonaro, se dopo Obama ha vinto Trump e se dopo gli anni dei Governi di Renzi e Gentiloni si sono affermati Salvini e Di Maio, sarebbe davvero sciocco e imperdonabile non porsi fino in fondo la domanda del perché ciò sia avvenuto. Non è colpa dei media, della cattiva comunicazione, né delle dinamiche interne ai partiti se accadono, su larga scala, fenomeni come questi. Una delle ragioni, ne sono convinta, sta nel fatto che queste forze – che pure hanno fatto bene, molto bene negli anni di governo – sono state percepite troppo “timide” verso la domanda di cambiamento del sistema.

Il Premier Sanchez ha sottolineato il ruolo delle forze progressiste e socialiste e la sfida che ci attende alle prossime europee. Ma come hanno ricordato in tanti, da Veltroni al Segretario Martina, il PD da solo non basta e nemmeno il partito socialista europeo basta più. Bisogna allargarsi, parlare con altre forze, anche nuove che condividono lo stesso orizzonte di valori. Ma occorre farlo con umiltà.

Quello che è accaduto a Roma sabato scorso ne è un esempio. Una spinta civica, spontanea, genuina, ha saputo mettere in moto un processo di coinvolgimento che il PD deve apprezzare, con cui deve saper dialogare senza la distorta tentazione di condizionarlo o inglobarlo. Si parla con le forze sane della città, si parla per confrontarsi e costruire insieme. Come ha sottolineato perfettamente il Sindaco Sala parlando di Milano.

E a proposito della nostra città, tra qualche giorno vi darò notizia di una iniziativa a cui sto lavorando e a cui spero vorrete intervenire tutti.

Concludo accennando al congresso del PD, solo brevemente, perché ci sarà modo di discuterne a lungo. Come ha dichiarato Martina, con il Forum di sabato si è concluso il mandato politico di questa segreteria. Ora, finalmente, è tempo di una discussione congressuale di cui sentiamo l’urgenza tutti. Veltroni, insieme ad altri, hanno fatto più volte un richiamo all’unità. Lo condivido profondamente. Così come condivido che l’unità di cui abbiamo bisogno si costruisca con un confronto aperto e leale. Non abbiamo bisogno di tifosi e posizioni preconcette. Non è la nostra cultura, non sarebbe all’altezza delle storie da cui tutti noi proveniamo e soprattutto della responsabilità verso il Paese che chi ha scelto di fare questo lavoro dovrebbe sempre avere come priorità.