Caro Direttore,

i cittadini europei sono impauriti e arrabbiati. E’ un fatto noto e lo confermava la ricerca presentata la scorsa settimana da SWG in occasione di un confronto sulle europee dove l’ho ascoltata intervenire assieme al candidato del PSE alla presidenza della Commissione UE Frans Timmermans. Il filo rosso che unisce le forze che minano il progetto europeo è la capacità di intercettare, alimentare e cavalcare l’incertezza e la paura del futuro diffuse da oltre un decennio nelle nostre società.

Durante gli anni della crescita si è creduto che l’abbassamento di alcune tutele sociali sarebbe stato compensato da un aumento costante della ricchezza individuale e collettiva. Oggi sappiamo che i nostri sistemi sociali non hanno retto l’urto di una crisi economica durissima e non riescono a fronteggiare i cambiamenti che l’innovazione tecnologica sta producendo a velocità impressionante sui sistemi economici e produttivi.

Pochi numeri: il 22,5% della popolazione dell'Unione europea (circa 120 milioni di persone) è a rischio di povertà o di esclusione sociale; nel 2016 nell'UE vi erano oltre 6,3 milioni di giovani NEET; i working poor sono saliti attorno al 10%.

Come ne usciamo? Anzitutto avendo il coraggio di affermare che la sfida dell’innovazione e della crescita debba essere accompagnata da più investimenti contro la povertà e le disuguaglianze. Investimenti sociali e investimenti per la crescita vanno tenuti insieme.

Timmermans ha chiara questa urgenza e ha lanciato l’idea di un salario minimo europeo. Ma serve un passo in più. Accanto al salario minimo occorre affermare il diritto a un reddito minimo come misura universale di contrasto alla povertà per chi non lavora e versa in condizioni di indigenza. I due interventi insieme rappresenterebbero la più importante azione di giustizia e tutela sociale realizzata dall’Unione.

La maggior parte degli Stati membri ha già forme di reddito minimo. In Italia la prima misura analoga è stato il reddito d’inclusione sociale introdotto dai governi di centro sinistra. L’attuale Governo ha cancellato il REI, invece di potenziarlo e lo ha sostituito con il reddito di cittadinanza che si sta purtroppo confermando una misura elettoralistica, dannosa ben oltre il pasticcio dei navigator. Prevedere un reddito minimo (che il Governo chiama “di cittadinanza”) finanziato con tagli agli investimenti per crescita e sviluppo significa generare un corto circuito assurdo: togliere opportunità di lavoro a migliaia di persone, in cambio di un sostegno economico privo di sbocchi.

Gli errori di questo Governo sono l’esempio di quanto sia importante dare una dimensione europea, quindi comune, ad alcune misure di protezione sociale.

Penso ad un intervento che agisca su tre fronti: a) definisca obbligatorio il diritto ad un reddito minimo per ogni cittadino europeo; b) armonizzi i criteri di accesso, rispettando le specificità dei paesi; c) istituisca un fondo europeo che agisca in via sussidiaria a sostegno dei cittadini degli Stati membri. Dobbiamo evitare forme di mero assistenzialismo e prevedere, invece, la combinazione di trasferimenti economici e offerta di servizi, come ad esempio il sostegno alla formazione e al reinserimento lavorativo, l'accesso all'assistenza sanitaria, all'alloggio e ai servizi sociali.

Poche settimane fa questo tema è stato posto con forza anche dal Consiglio Economico e Sociale Europeo con un parere favorevole all’introduzione di un reddito minimo dignitoso europeo.

Ho parlato di questa proposta con lo stesso Timmermans e con Nicola Zingaretti perché sono convinta debba essere la battaglia simbolo del nostro programma. Tenere insieme crescita e tutela di chi non per sua colpa scivola ai margini della società, rappresenta, al fondo, la radice culturale del nostro tratto distintivo. O saremo noi a realizzare un nuovo modello di sviluppo anche socialmente sostenibile o continueremo ad avere uno sviluppo sempre più insostenibile perché sempre più ingiusto.