Le elezioni in Emilia Romagna hanno rappresentato uno spartiacque, un voltapagina. Senza girarci intorno, la vittoria di Matteo Salvini avrebbe rappresentato la rottura di ogni argine. L’impatto sul partito, sul Governo e ancora di più sul sentimento pubblico sarebbe stato un colpo difficile da incassare senza conseguenze. Abbiamo tenuto. Ma non basta.

Adesso è il momento di capire che tipo di partito vuole essere il PD. A parole siamo tutti d’accordo con le intenzioni di apertura del Segretario Zingaretti. Si tratta però di passare ai fatti. Di cominciare a costruire un nuovo modello di organizzazione e di partecipazione e sulla base di questo costruire le nostre nuove proposte sul lavoro, sulle tasse, sulla povertà, sull’inclusione e la competitività del sistema economico.

Nei prossimi mesi dovremo eleggere il nuovo Presidente del partito, affrontare le elezioni amministrative di primavera, avviare la fase congressuale, preparare la scelta del candidato Sindaco di Roma e soprattutto compiere quelle due o tre scelte sul governo nazionale che diano un segnale di fiducia e protezione alle persone e alle imprese. Il partito, così come è oggi organizzato e percepito, non basta, è insufficiente, sia come modello, sia nella qualità della proposta politica.

In questo senso, qualche giorno fa, ipotizzavo che il contributo di una figura come Elly Schlein, potesse rappresentare un segnale forte di discontinuità, non come mero simbolo, ma come risorsa cui chiedere di venire a costruire, insieme a tanti altri, un percorso nuovo.

Un esempio per porre una questione di fondo che ha a che vedere con la costruzione del consenso e delle scelte: qual è la proposta del PD per riorganizzare l’area progressista del Paese, dopo due scissioni e le novità rappresentate da un grande fenomeno sociale come le Sardine.

Saremo una serie di partiti in competizione elettorale che si aggregano dopo il voto? Oppure una federazione di forze politiche? O vogliamo costruire un nuovo grande soggetto politico il più possibile attrattivo per tutti coloro che si riconoscono nel centrosinistra? Lasciamo tutti da parte, “vecchi” e “nuovi” protagonisti, espressioni come “campo largo”, “nuova casa e casa nuova”, “fronte progressista”, mi pare un politichese che non fa chiarezza a chi vorrebbe dare una mano. Affrontiamo questa discussione in termini chiari, comprensibili alle persone, perché stiamo parlando del modo in cui costruiremo le decisioni e con cui ci vogliamo presentarci alle persone per chiedere fiducia ed essere credibili.

Io vorrei un PD capace, di nuovo, di tenere insieme tutti quelli che si sentono progressisti ed europeisti. Vorrei un partito organizzato in modo diverso, con iscritti che partecipano quotidianamente alla vita del partito ma anche con elettori a cui sono offerti spazi e modalità di partecipazione nuove, online e offline, non solo nel momento delle primarie. Un partito che investa nella selezione dei suoi rappresentanti e non la affidi solo alla popolarità mediatica.
Vorrei un grande partito nuovo nei processi decisionali che siano trasparenti, inclusivi, un modello di partito davvero aperto, scalabile, capace di distinguersi per la qualità delle proposte, organizzato anche su base tematica, dove ci si si misuri sui temi, si stia in maggioranza o in minoranza in base a battaglie di merito e non per appartenenza di filiera con il solo fine di ricoprire incarichi.

Un partito plurale, dove confrontarmi, anche aspramente, su scelte fondamentali. Io per esempio non condivido affatto le critiche rivolte alle nostre scelte sull’immigrazione, come di recente ha fatto la stessa Schlein. Le scelte del Governo Gentiloni e il lavoro di Marco Minniti hanno consentito di governare un problema complesso nel mondo che esiste e non nel mondo che vorremmo. Diciamola tutta: è vero che la Lega diserta le riunioni perché i nazionalisti hanno interesse a che i problemi esistano piuttosto che a risolverli, però è altrettanto vero che anche i socialisti, anche gli Stati membri a guida progressista, sono stati a dir poco timidi. Ignorare questo punto, significa non cogliere uno dei temi di fondo che dovremo affrontare ancora e ancora negli anni a venire: o le forze socialiste europee, in Parlamento e negli Stati membri, diventano capaci di fare un salto di qualità sulla questione migratoria, che va oltre la revisione del Trattato di Dublino, oppure, ogni Stato, a cominciare dall’Italia, resterà, da solo, schiacciato nel difficile equilibrio tra tutela dei diritti umani e gestione interna del fenomeno. Un ottimo regalo per tutti i nazionalisti.

Anche sul Jobs act ho una posizione diversa da molti di quelli che vorrei comunque sapere insieme nelle battaglie comuni. Persino la Corte di Cassazione rende giustizia più di tanti giudizi che ho ascoltato anche tra noi in questi anni. La sentenza della Corte dice con chiarezza che il nostro obiettivo è stato creare lavoro stabile e allargare le tutele per tutti. Se qualcuno la pensa diversamente è legittimo discuterne e vorrei un partito capace di farlo in modo partecipato, con serietà e rigore.

Vorrei un partito dove la discussione sulla crescita e la redistribuzione non riproponga un binomio del secolo scorso, con stereotipi e nostalgie contrapposte. Io credo che la competitività sia indispensabile per assicurare maggiori tutele sociali, credo che le risorse sulla formazione, un welfare giusto per le giovani partite iva, la natalità e le pensioni delle nuove generazioni siano priorità che riusciremo a finanziare solo se scrolliamo il nostro tasso di crescita dallo 0.

Serve molta fantasia, coraggio, il contributo di tanti e il sostegno di tantissima parte di società per fare scelte che non saranno semplici e scontate. Per questo servirebbe un grande partito e un’alleanza leale sui principi di fondo.

Dario Franceschini ha detto che dobbiamo puntare ad un modello bipolare e che per riuscirci la strada migliore è un sistema proporzionale. Non sono convinta fino in fondo che questa sia la scelta migliore. Ma anche di questo vorrei discutere.

Abbiamo l’occasione di rifondare il PD nel suo modo di essere e di stare nella società e renderlo il soggetto politico punto di riferimento di chi si sente progressista. Se qualcuno pensa di risolverla con un maquillage, qualche associazione invitata al congresso o qualche cooptazione di singole risorse, non ha capito la fase in cui siamo.

La mia richiesta al Segretario è di avere coraggio fino in fondo, rompere i bilancini delle decisioni imposti da equilibrismi e incrostazioni di corrente, entusiasmare e mobilitare alla riforma del PD le nuove generazioni e non che di aspettare, quasi rassegnati, la vittoria della destra. Ora è il momento.