La discussione attorno allo smart working nel settore pubblico ha portato il Ministro Brunetta ad una, seppur parziale, correzione di rotta. È un bene. Ma è bene, in generale, che questo passaggio serva ad alimentare una riflessione per una riforma innovativa delle modalità di lavoro nel pubblico: abbiamo l’occasione di guidare e governare l’inevitabile processo verso lo smart working e in generale verso una modalità di lavoro e di misurazione dei risultati diversi rispetto al passato. Lo dico con franchezza, sinora si sta perdendo l’occasione, attestandosi su posizione di retroguardia.
Partiamo dai fatti. Sulla base del dpcm del 24 settembre il Ministro Brunetta annunciava, non senza trionfalismi, che dal 15 ottobre “tutti i dipendenti pubblici” sarebbero tornati a lavorare in presenza e non mancava, a più riprese, di sottolineare come ciò avrebbe giovato alla produttività della PA.
Diciamo la verità sino in fondo, quel pensiero tradisce una visione politica: lo smart working nella PA non consente alti livelli di produttività.
Brunetta è intimamente convinto che i lavoratori pubblici (“i fannulloni” cit.) per performare debbano lavorare in presenza e avalla il sentire di una parte di opinione pubblica ostile pregiudizialmente al lavoro pubblico.
L’input politico alle PA è stato chiaro e forte: lo smart working deve essere residuale. Per questo a poco sono valse le linee guida (la cui intesa è passata in Conferenza unificata il 16 dicembre) sulla gestione del lavoro agile, perché gli spazi normativamente pur concessi alle amministrazioni erano politicamente disincentivati. Un dato di fatto.
Si è agito e si continua ad agire in assenza di una benché minima misurazione della produttività in smart e in presenza e così facendo vale tutto e vincono i pregiudizi.
Di fronte alla recrudescenza della pandemia e alla spinta politica il Ministro è stato costretto ad un passo indietro, altrimenti non avrebbe emanato la circolare di pochi giorni fa nella quale si dicono due cose sostanziali:
1. invito all’utilizzo di tutta la flessibilità consentita;
2. si possono, ora, computare su più mesi il rapporto tra giorni in presenza e quelli in smart. Insomma, una correzione di rotta seppur a regole invariate.
Tre cose emergono a questo punto.
1. È positivo che, contrariamente a prima, il Ministro per la pubblica amministrazione mandi un input a non disincentivare lo smartworking e ne agevoli il ricorso;
2. la risposta è tardiva, arriva ad emergenza in corso sotto pressione politica e persevera nello scaricare sulle amministrazioni la responsabilità delle scelte, rifiutando un posizionamento chiaro;
3. cosa più importante, non si vede all’orizzonte la volontà politica di una riforma strutturale.
Su quest'ultimo punto ho letto da più parti che quello attuale non sarebbe “smart working”, che nella PA bisognerebbe prima ripensare il modello organizzativo e di misurazione dei risultati e della qualità dei servizi. E allora mi domando: chi dovrebbe occuparsi di ciò se non il Ministro della pubblica amministrazione? Cosa stiamo facendo a riguardo e, se non lo facciamo adesso, quando dovremmo farlo? Lo smart working non resterà un fattore emergenziale nelle nostre società.
Io mi aspetto proprio dal settore pubblico una proposta governata e ragionata di smart working che tenga insieme la flessibilità che la tecnologia consente, la misurazione dei risultati con la tutela e il rispetto del lavoratore che non può finire confinato a casa per sempre. Lo smart working trascina con sé nuovi parametri di investimento, implicazioni sociali, modelli di sviluppo urbano e non possiamo lasciare questo cambiamento epocale all’autoregolamentazione dei privati e nemmeno immaginare possibile che il più grande datore di lavoro del Paese rimanga estraneo a questa stagione.
Per questo, faccio una proposta concreta per il Ministro Brunetta: invece di procedere per assiomi ideologici, promuova delle sperimentazioni in amministrazioni pilota dove misurare, in concreto, la produttività in condizioni di lavoro in presenza e in remoto.
Costruiamo una riforma basata su dati empirici e lasciamo da parte i preconcetti e le esigenze elettorali di breve periodo.